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GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: DOPO LO STOP DELLA CORTE COSTITUZIONALE SI RIPARTE CON NUOVE INIZIATIVE

Avezzano, 17.2.2014. Amara è la constatazione che oggi appare come “rivoluzionaria” la legittima richiesta di democrazia e giustizia che proviene dai territori. Con queste parole è stata accolta la sentenza della Corte Costituzionale che dichiarava inammissibile il referendum promosso da nove regioni e volto alla abrogazione dell'impianto normativo che riforma la geografia giudiziaria.

I promotori, però, non si sono scoraggiati ed hanno deciso di avanzare tramite recto, ripartendo dalla sentenza stessa, dall'indirizzo dato dalla Corte, ed aprendo la strada ad ulteriori iniziative, come la proposizione di un nuovo quesito referendario, il ricorso agli organi di giustizia comunitari e l'ideazione di una via sperimentale di accordo Ministero - Regioni.

Ma partiamo dalla sentenza del 15 gennaio 2014 che, nonostante l'impatto emotivo iniziale, non è riuscita a scalfire la volontà adamantina dei sostenitori della giustizia di prossimità come valore non declinabile.

LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara inammissibile la richiesta di referendum popolare per l’abrogazione dell’art. 1, commi 2, 3, 4, 5 e 5-bis della legge 14 settembre 2011, n. 148 (Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, recante ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo. Delega al Governo per la riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari); del decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 155 (Nuova organizzazione dei tribunali ordinari e degli uffici del pubblico ministero, a norma dell’art. 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148); del decreto legislativo 7 settembre 2012, n. 156 (Revisione delle circoscrizioni giudiziarie – Uffici dei giudici di pace, a norma dell’art. 1, comma 2, della legge 14 settembre 2011, n. 148), richiesta dichiarata legittima, con ordinanza del 28 novembre 2013, dall’Ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di cassazione.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 15 gennaio 2014.

Sembrava oramai chiuso il caso “referendum abrogativo della riforma della geografia giudiziaria”, con soddisfazione di alcuni e buona pace per i promotori quando, alla luce delle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale, si sono aperti nuovi spiragli e nuove strade possibili per fermare una riforma sicuramente utile ma che necessita di una ulteriore riflessione circa le criticità strutturali di molti tribunali e la compressione per i cittadini del diritto ad accedere alla giustizia.

In merito alla decisione sull'inammissibilità, va rilevato che il referendum non è stato dichiarato inammissibile per la sua dichiarata riflessa colleganza alla legge di bilancio, ma perché l'eventuale voto favorevole della maggioranza degli italiani avrebbe comportato un vuoto legislativo per cui l'amministrazione della giustizia avrebbe subito un effetto paralizzante. Si legge in sentenza, infatti, che “è vero che questa Corte ha affermato in passato che debbono essere sottratte a referendum le leggi che producono effetti strettamente collegati alla legge di bilancio ”, “ma è altresì vero che tale criterio non consente di sottrarre a referendum qualunque legge di spesa”. Ne deriva che non è sufficiente che una legge produca effetti (magari solo sperati) di contenimento della spesa pubblica perché essa sia annoverata tra le leggi di bilancio espressamente sottratte a referendum. Del resto, come chiarisce la Corte, già l'Assemblea Costituente si pose il dubbio sulle leggi a carattere finanziario ed optò per l'attuale formulazione dell'art. 75, comma 2, Cost. per evitare che una formulazione più ampia potesse creare uno scudo, eliminando di fatto il referendum per tutte le leggi che, in un modo o nell'altro, producono effetti sulle finanze pubbliche.

La Corte, però, disattesa la difesa delle Regioni proponenti, ha ritenuto che il referendum è inammissibile poiché la legge da sottoporre alla volontà popolare ha un carattere di necessarietà costituzionale.

Nello specifico, accogliendo la tesi avanzata dall'Avvocatura dello Stato, la Corte ha deliberato che “il referendum promosso dalle Regioni ha ad oggetto un insieme di provvedimenti legislativi, la cui abrogazione priverebbe totalmente l’ordinamento dell’assetto organizzativo indispensabile all’esercizio di una funzione fondamentale dello Stato, qual è quella giurisdizionale, in violazione degli artt. 101 e seguenti Cost., con irrimediabile lesione del diritto fondamentale di agire e di difendersi in giudizio, ex art. 24 Cost.”. Quindi, secondo la Corte Costituzionale, in caso di abrogazione della legge delega e dei decreti legislativi relativi alla riorganizzazione della geografia giudiziaria, si determinerebbe un vuoto normativo, non colmabile in via interpretativa, tale da paralizzare la funzione giudiziaria.

Com'è giusto che sia, le sentenze vanno rispettate.
I sostenitori del referendum, però, tengono a chiarire che i termini “soppressione di tribunali” e “sostituzione della tabella A” non sono sinonimo di abrogazione e che, di conseguenza, non sussiste il problema della reviviscenza della legge trattandosi di mera riespansione della legge esistente e mai abrogata. In ogni caso, sarebbe possibile una riproposizione del referendum chiedendo l'abrogazione del decreto 155/2012, relativamente alla parte in cui sopprime i 30 tribunali e le 220 sezioni distaccate, senza creare il vuoto normativo paventato dalla Corte ed attenendosi alle indicazioni che la medesima Corte ha offerto implicitamente in sentenza.  

Parallelamente riparte da Roma l'azione di istituzioni e cittadinanza attiva che uniti nel coordinamento nazionale nato a dicembre non si sono scoraggiati dinanzi alla decisione della consulta e, in particolare, le amministrazioni regionali di Abruzzo, Basilicata, Campania, Calabria, Lazio, Marche, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sicilia, Toscana, Piemonte e Veneto, assieme ad istituzioni provinciali, comunali, comitati territoriali, rappresentanze dell'avvocatura e degli ordini dei dottori commercialisti, stanno valutando le prossime iniziative.  

Oltre allo studio finalizzato alla riproposizione del referendum, infatti, si sta valutando la strada “europea”, la presentazione, quindi, di un ricorso alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, ed alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo.

E non è tutto.
E' stata vagliata anche la strada Sperimentale di convenzioni tra Ministero e Regioni che pongono a carico del bilancio della regione le spese di gestione degli uffici giudiziari, portando la questione nella Conferenza Stato – Regioni.

Al tavolo dei lavori, infine, sono emerse le proposte di un disegno di legge che riordini in modo organico e condiviso la dislocazione sul territorio nazionale dei tribunali ed uffici del giudice di pace.
Come appare chiaro c'è ancora molta strada da fare e poco tempo per farla poiché “mora sua cuilibet nociva est”.

Avv. Marco Appetiti - Movimento Forense Avezzano -


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